Patatracchini | la betti.
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esagamma 718 OMS

la betti.

Preferirebbe chiamarsi Gilda, la Gilda, per essere precisi – ché non costa nulla – perché pensa che questa vita sembrerebbe, fin da subito dico, qualcosa uscito lento dalle mani di Testori, e tutto, fin da subito dico, uno già lo prenderebbe molto sul serio. “Che vita”, penserebbe, “che vita che deve essere”: leggiamo, leggiamo.
Preferirebbe chiamarsi Gilda, almeno per qualche ora, invece si chiama Betti. Ritornanti Elisabetta detta la Betti nata a Pavia il 7 marzo del 1948. Anni 70, quelli che ha vissuto fino ad oggi, che poi son gli stessi a cui è rimasta con la testa, perché quelli erano gli anni belli in cui era ancora possibile farsi intestare la proprietà; che poi dopo, già negli ottanta non funzionava più così e nei novanta aveva smesso proprio di funzionare in qualsiasi modo o maniera, se capite quello che intendo.
Nel 1975, ad anni 27 – che facendo parte degli anni 70 erano proprio anni belli in cui era ancora possibile farsi intestare la proprietà – nel 1975, dico, era riuscita pure lei a farsi devolvere un monolocale al 19 di Via Frescobaldi a Milano: una stanzetta al pianterreno in cui troneggiava il letto francese con possibilità di diventare divano due posti, con il bagnetto foderato di piastrelle rosa pallido – che erano il sogno di tutte le bambine di Pavia a quei tempi, con il forno elettrico e tutto; pure una bella televisione c’era con un centrino sopra e sopra al centrino una ballerina sottile di ceramica bianca. Non che fosse stata gratis questa donazione, ci tengo a dirlo.
Mettendo piede in quella casa piccola e aggraziata, aveva pensato, fin da subito dico, che adesso la sua vita sarebbe cambiata, ma poi la vita, dico quella che si vive, non cambia mai. C’è da dire che la Betti ci aveva messo più tempo a capirla questa cosa della vita, anche e soprattutto perché il letto francese con possibilità di diventare divano due posti imperante in una proprietà a te medesima intestata è una di quelle cose che sicuramente rallentano le prese di coscienza.
Voleva cambiare vita, la Betti; studiare non aveva potuto studiare e nel 1975 batteva già da qualche annetto, in effetti. Prima era andata a servizio dal Conte Ferdinando e dalla contessa, sua moglie – diceva proprio così: “dal Conte Ferdinando e dalla contessa, sua moglie” – ma si era stancata di tutti quegli ordini ricevuti e delle mani doloranti e della schiena messa male pure quella e soprattutto, senza capirlo, si era scocciata proprio di essere tutti i giorni Betti la serva, di essere questo e niente altro.
Visto che tutti le fischiavano appresso per le vie perché evidentemente risultava bella presso il pubblico stradale di sesso maschile, allora un’amica delle sue, le aveva suggerito di farsi pagare per darla, dato che in quegli anni belli era attività parecchio redditizia, oltre che esentasse, e alle mani e alla schiena era raro succedesse qualche cosa di grave, anzi: magari ci scappava pure la proprietà.
In effetti, l’amica delle sue, pur non avendo fatto nessun corso particolare per scoprire talenti, aveva scoperto un talento e in pochi anni, nel 1975 per essere precisi – ché non costa nulla – un tale di Verona le aveva intestato la proprietà per poterla incontrare tutte le volte che gli veniva voglia.
Con la gioia immobiliare di quel tempo e seppur un po’ provata dalla numerosità dei clienti accumulati, aveva, fin da subito dico, raccontato alla sua famiglia di Pavia il sospirato risultato – e questo vi dimostra che alle persone gli piace tanto raccontare le cose quando vanno bene e non tanto quando vanno male – anche se aveva raccontato di averla comperata, quella casa, e di averla pagata con il lavoro ufficiale, omettendo proprio del tutto l’esistenza del lavoro non ufficiale che però era anche l’unico – e questo vi dimostra anche che le persone raccontano solo quello che vogliono raccontare. Comunque, da Pavia nessuno aveva chiesto niente su questi lavori ufficiali o non ufficiali, e anzi erano tutti erano belli e contenti in quegli anni 70 che passavano.
Betti batteva ed era anche contenta, ma pure se non lo capiva, perché ancora non capiva cose di questo genere, in realtà era contenta perché con ognuno di quelli con cui andava poteva essere una persona diversa: la Betti, Betti la bimba, Elisabetta per esteso; ogni ora era come una vita intera.
Nonostante questo piacere incosciente però, come dicevo, dopo aver avuto la proprietà, la Betti si era un poco evoluta e pensava, seduta sulla tazza del suo bagno da sogno, sdraiata tra le coperte del suo letto francese con possibilità di diventare divano due posti, immobile davanti al suo forno elettrico che dorava gli arrosti, pensava che la sua vita sarebbe cambiata, che doveva cambiare.
Provava a riprendere servizio allora, ma subito la schiena e le mani la facevano tornare al lavoro non ufficiale o forse era il ritorno a giorni interi e intere notti spese solo come Betti la serva che le dava proprio sui nervi, chissà, fatto sta che si licenziava tutte le volte e tutte le volte se ne tornava piano piano verso Via Frescobaldi, verso il 19 di Via Frescobaldi per essere precisi – ché non costa nulla – con il cielo di Milano simile in tutto a un foglio bianco di carta da regalo che non si capiva mai e poi mai se il regalo era dall’altra parte o era da questa; davanti al suo portone tanto stava sempre qualche macchina che l’aspettava per vedere se teneva un’ora libera.
Il cambiamento però la Betti ormai lo desiderava troppo e anche la coscienza iniziava a essere allertata, forse perché gli anni 70, che erano stati belli, stavano finendo e non si sa mai cosa aspettarsi dal futuro. Aveva perciò ripiegato sulla famiglia; si era convinta a trovarsi un marito. Uno che se la sposasse, dico, che la portasse a vivere con lui in una casa più grande – con piastrelle rosa pallido nel bagno padronale – e a lei sarebbe rimasta da fittare questa casetta, così da averci una piccola rendita per sé.
Si adoperò. Andava spesso al bar di Via Donatello e guardava negli occhi tutti i potenziali possessori di case medio-grandi con apertura mentale circa la possibilità di averci un bagno rosa pallido; andava a ballare alla Milonga di Lambrate tutte le volte che le era possibile e si attaccava a tutti quelli senza fede al dito dei quali riuscisse a tollerare l’odore; andava al mercato di Via Pergolesi e faceva cadere per sbaglio giusto molte cose dalle mani per farsi aiutare da uomini ben vestiti che potevano garantirle un letto francese “e” un divano due posti.
Ci provò la Betti, dico a prender marito, e qualcuno trovò anche disposto a, ma con tutti s’accorgeva che, dopo un momento di esaltazione, alla fine, rimaneva sempre un solo nome: Betti cara o amore mio o bella mia e l’elenco andrebbe avanti. Alla Betti però non gli andava proprio giù, anche se ancora non lo capiva, non le piaceva di averci questa unica possibilità e come per i lavori, licenziò uno per uno gli uomini che volessero stare con lei per più di qualche ora, riportando a tutti i favoriti scaricati di fresco, ma prima ancora a se stessa che non ci arrivava ancora alla verità, motivazioni razionali e ben comprensibili. Ruppe anche qualche cuore.

Le tornano in mente ora, quelle facce, mentre fuma in silenzio una sigaretta dopo l’altra, in quel modo che ha la Betti di fumare – dico con la sigaretta che rimane sempre esattamente perpendicolare al pavimento, una cosa scientifica che sa fare solo lei – ed è poggiata sulle gambe ingrossate dall’afa milanese, poggiata sempre poggiata, ferma le ore.
Se uno si fermasse pure lui, la vedrebbe sistemarsi i radi capelli lunghi e ossigenati per assicurarsi che la coda sia ordinata come al mattino, dico, la vedrebbe spingere il rossetto fucsia fin dove vorrebbe averci le labbra, rinfrescarsi l’ombretto turchese che va a finire sempre tutto tra le rughe delle palpebre, controllare sul Nokia che qualcuno l’abbia cercata, tirarsi su con un’eleganza contadina i suoi pantaloni di tuta, riabbassando poi a modo la maglietta tigrata comprata a 5 euro al mercato del giovedì di Via Ampère, la vedrebbe guardare da un lato e da un altro tra Via Frescobaldi e Via Vallazze, ma più in Via Frescobaldi per essere precisi – ché non costa nulla – perché quella è casa sua, passando il tempo ad aspettare, con i clienti fissi che riconosce da lontano e s’avvia prima che arrivino – perché lei è una professionista, questo uno lo deve dire. La vedrebbe, al tardo pomeriggio sotto il cielo bianco – con la coscienza che ha fatto passi da gigante dopo l’inizio degli anni duemila e le suggerisce che il regalo certamente sta dall’altra parte, dico dall’altra parte del cielo di Milano – trascinarsi sfinita fuori dagli hotel a ore della Piazza di fronte per tornare al suo angolo.
Certe volte si ferma pure qualcuno nuovo, le chiede:
«Come ti chiami?»
«Per te, Gilda.»

Ph. Leandro Tavolare