Patatracchini | ciao dio #3.
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ciao dio 5 patatracchini

ciao dio #3.

– Ciao dio.
– Oh, ciao, tu.
– Depresso?
– No.
– Infelice?
– No.
– Ciclo?
– No, dai, non starmi addosso.
– Ma come cazzo faccio a non starti addosso, che sei ovunque?
– Che ti serve?
– Ed egli disse: “che ti serve?”: non funziona, vedi, chiedimi meglio.
– Ti ascolto, parlami, Fastidio.
– Mah, niente, sono turbata. Sono disordinata. Sono sconvolta. Sono sottosopra. Non capisco. Sono confusa.
– Elena, ti ho già detto che il senso non te lo spiego, altrimenti smetti di venire a trovarmi. Finisce che ci vediamo solo a Natale, e lo sai che non mi va.
– No, non voglio capire. Voglio parlare. Non voglio chiedere. Voglio dire. “Ascoltami, oh Signore”.
– Scema.
– Vecchio. Tra l’altro, tagliati quei capelli. Siete rimasti solo tu e il tipo dello spot Trivago ad averci i capelli lunghi. E, voglio dire, tu sei Dio. Ma lui l’hai visto?
– Tu sei una cretina.
– Ti si vuole bene a pacchi.
– E dunque, dimmi. Aspetta, però, che fermo la stanza su Airbnb.
– Airbnb?
– Si incontra gente interessante.
– Hai fatto?
– Sì.
– È che non ho ancora capito se ciò che dobbiamo essere ha una forma e noi gliela modifichiamo con dolore per adattarla a quello che siamo. O se siamo noi che veniamo spaccati e affinati dal nostro esistere per assomigliare a quello che dobbiamo diventare.
– L’essenziale è non disertare la fatica.
– Ecco. Perciò sono venuta a dire. E lo dico a te. Prendo un impegno con te. Che comunque tu mi sembri uno abbastanza statico. Cioè non mi sembri il tipo che, se io dovessi fallire, prenderebbe a dire in giro “Oh, lo sai che la Patacchini ha fallito, che storia”. Mi sembri uno a posto.
– Elena.
– Ho detto di non avere tempo. Ho detto che era colpa del caldo, del freddo, delle mezze stagioni se rimandavo. Ho detto che era stanchezza, che era tristezza. Mi sono innamorata per distrarmi. Ho studiato, ho imparato, ho fatto. Tutto per coprire un fastidioso rumore di fondo. Tutto per far finta di nulla. Tutto per sedare una voce scomoda. Per rimandare la risposta. Ho letto diecimila libri per sentirmi meno in colpa. Ho nuotato. Ho tirato calci a un pallone. Ho bevuto. Ho fumato. Ho lavorato ben oltre quello che era nelle mie possibilità. Ho amato, odiato, parlato – oddio quanto ho parlato -, ho cucinato, lavato piatti, panni, capelli. Ho tagliato  unghie, ho dormito. Ho riso. Ho preso una quantità incalcolabile di caffè. Ho detto che era una cosa infantile. Ho scoperto che i dinosauri sono realmente esistiti. Ho perso tempo. Ho comprato vestiti, quaderni, zuppe in scatola e cioccolato bianco. Ho imparato a scegliere gli yogurt. Ho viaggiato. Ho ascoltato tutta la musica che potevo, anche quella brutta. Ho cercato parcheggio. Ho dimenticato. Ho pianto. Ho fatto l’amore. Ho litigato. Mi sono persa per strada. Ho avuto la febbre. Ho urlato. Ho mentito. Ho annullato il silenzio. Ho guardato i cartoni animati. Ho visto nascere qualcuno e qualcuno l’ho visto pure che se ne andava. Ho corso. Tutto alla folle ricerca di qualcosa che colmasse un vuoto affamato. Tutto con l’insensata speranza di dimenticarmi di me. Non funziona. Io ho bisogno di scrivere. Anche se non mi sento all’altezza. E’ una delle uniche cose di cui io ho davvero bisogno. E non accetto più da me stessa nessun assetto defilato, nessuna arrendevolezza, nessuna fuga. Allora tu te lo segni. E io lo faccio.
– Me lo ricordo anche senza segnarlo. Se vuoi posso restare stanotte.
– No. Ché poi c’è sempre quel fatto che potresti non esistere e va a finire che mi ritrovo in una stanza a parlare da sola, e tutti pensano che sono fuori di testa. Meglio di no.
– Allora vado.
– Sì, ciao. Ah dio.
– Eh.
– Senti ma non è che andando potresti dire al mio padrone di casa di rimettere a me i miei debiti così poi io li posso rimettere ai miei debitori?
– No.
– Ciao.
– Ciao.