Patatracchini | funziona così.
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funziona così.

Il treno se ne passa. Funziona così. I treni se ne passano. Se ne partono cinque volte e cinque volte se ne tornano. Tutti i giorni. Fa dieci.

Sul primo treno ci stanno tua mamma, tuo padre, i tuoi fratelli e le tue sorelle. E i tuoi nonni e i nonni dei tuoi nonni e i nonni dei nonni dei tuoi nonni e tutti quelli prima di te che ti somigliano, e pure quella ruga sulla fronte – sì, quella – che ce la doveva avere sulla fronte Eva, e mo’ ce l’hai tu. Il primo treno se ne parte. Il primo treno se ne torna. Funziona così.

Sul treno numero due – su questo treno è attivo il servizio di ristorazione, non ho fame, mangio dopo -, su questo treno numero due ci hanno lasciato tutti i regali che ti ho fatto e che tu hai fatto a me. Compresi quelli scemi veramente che non significavano a niente, eppure se li sono ricordati proprio tutti, tutti, con tutta la carta e lo spago e le buste delle buste completamente inutili. Il treno numero due se ne parte. Il treno numero due se ne torna. Funziona così. Hai capito mo’?

Sul treno terzo ci stanno tutte cose che non si possono troppo spiegare: come perché tu sì. Come l’ostinazione, come l’odore, come la volta che me ne dovevo andare all’Ikea e non ci sono andata, come la rabbia per tutto quello che e la rabbia per tutto quello che non, come il sapore della saliva, come la forma della tua schiena, come la doccia sulla faccia, come la tua giacca sulle mie spalle, come lo schiaffo, come il ritorno, come la notte, come gli abbracci finali, come tutte le cazzo di cose che sono successe senza nessuna ma proprio nessuna ragione.

Sul treno penultimo ci stanno le storie tutte quelle che mi hai raccontato tu, piene sempre di fascisti cattivissimi e di noi che stavamo sempre dalla parte giusta, e tutte le storie che ti ho raccontato io, che secondo me non era vero niente, ma tu, ché lo sapevi, ché sapevi tutte le cose, sempre là fermo che ascoltavi, sulla fiducia. Su questo treno, che se ne torna mentre si fa notte, ci stanno pure le storie quelle prossime non corrente mese, quelle che probabilmente arriveranno in ritardo o non arriveranno proprio, come i bagagli persi, che dopo un po’ uno se li scorda e si scorda pure quello che c’era dentro.

Sull’ultimo treno, che è sempre in ritardo, ma siccome che è l’ultimo, c’ha un’importanza incomprensibile, sul treno ultimo, ci stai tu, proprio tu, tu vero, tutt’intero, tu che sorridi, che parli, che dormi, tu che sei contento, tu che te ne piangi, tu con quei tre pregi perfetti e quelle seicentomila mancanze irripetibili. Tu triste e fermo, come sei, bellissimo. Ci stai tu, e dopo non ci sta più niente.

La cosa assurda sai qual è? E’ che è normale che i treni se ne partono e che è normale che i treni se ne tornano. Cinque, sette, centoventimila volte, non importa. La cosa assurda è che questi treni qua, se ne passano proprio sopra alla mia testa. Vero. Proprio sopra la testa, ai capelli, alle spalle, ai denti, al collo, alla pancia, alla schiena, alle gambe, alle ginocchia, ai piedi. Cinque volte ad andare. Cinque volte a tornare. Tutti i giorni. Funziona così.

E la cosa sorprendente, però, credi a me, è che dopo tutto questo passare di treni con tutti i pezzi che se ne vanno da una parte all’altra, le urla, il sangue, le lacrime, con tutte le cose al posto sbagliato, alla fine della giornata, ore zero zero e ventidue, il treno cinque se ne torna, notte fonda, e io sotto, sì, ma ancora viva.

E dal binario dove m’hanno poggiato, col cuore che pompa un cazzo di niente, eppure ancora vivo, io me lo vedo al capostazione che se ne dorme, che se ne dorme e pensa a quanto è faticoso a starsene sopra al treno, solo perché ancora non gli hanno spiegato quanto è faticoso a starsene sotto.

E me ne resto qua, con mezzo respiro, qua che qua è l’unico posto che conosco veramente, ad aspettare la mattina, ad aspettare che il primo treno si riveda all’orizzonte,
con addosso questo senso d’immortalità che
per una volta
non vale a niente.

(Foto di Benedetto Demaio)