Patatracchini | italia – irlanda.
62
single,single-post,postid-62,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,qode-title-hidden,qode_grid_1300,footer_responsive_adv,qode-content-sidebar-responsive,qode-theme-ver-10.0,wpb-js-composer js-comp-ver-5.0.1,vc_responsive
Sports-Illustrations-by-Charlie-Davis

italia – irlanda.

L’arbitro manda i giocatori al riposo definitivo.
(Bruno Pizzul)

Io la gente che si lamenta che deve andare a lavorare in giro da sola, io non la capisco. Andare a lavorare in giro da soli proprio è bello veramente. Innanzitutto si prende il treno. Che è sempre bello. Certe volte si prende l’aereo. Che è bello di meno. Ma, più che altro, si prende il treno. E allora, va bene. Si arriva, ci si guarda attorno. Siccome che non sei a casa, e sei solo, anche se sei in un posto che conosci già – di più se sei in un posto che non conosci affatto, va detto –, comunque c’hai i livelli d’attenzione più alti. Perciò, comunque, ti guardi attorno e percepisci delle cose. Che è sempre una bella cosa. Poi dopo ti danno la stanzina. Che meraviglia. Il tuo lettino. Il tuo divanetto per poggiarsi. La tua sediolina. Il comodino. Il bagno. La tua doccina con i saponcini piccolini e la cuffietta per la testa. Che splendore. E tre asciugamani. Io a casa, vicino al lavandino, c’ho un accappatoio che fa da accappatoio, da asciugamano e da grande amico confidente. Qua: tre asciugamani. Uno dei tre non capisco proprio cosa farmene. Non lo uso. Dopo che ti sei fatto il passaggio dal bagno, esci alla scoperta. La scoperta generalmente parte dal bisogno di mangiare e dalla voglia di dare seguito a quel percepito di qualche riga fa, ma più che altro dal bisogno di mangiare. Perciò, siccome che c’avevo fame, oggi che sono a lavorare in giro da sola, sono uscita alla scoperta. Oggi, però, oltre alla fame ero abbastanza spinta dal bisogno di trovare un posto dove guardarmi Italia – Irlanda. Così mi sono fatta guidare dal colpo d’occhio dei maxischermi verdissimi e mi sono seduta in un ristorante con la veranda. Vuoto. No, c’eravamo io e un signore sulla settantina particolarmente rossiccio di capelli, che si faceva gli affari suoi. Si è ridestato quando è partito l’inno nazionale irlandese. E perciò, ecco, la situazione era un po’ questa. Locale vuoto. Maxischermo. Io e un irlandese di settant’anni. Abbiamo iniziato a parlare. Gli irlandesi non parlano proprio un inglese dritto, né – va detto – io sono una cima in materia, per cui la prima mezz’ora se n’è andata che lui parlava e io non capivo abbastanza niente. Dopo c’ho preso l’orecchio. Ci siamo fatti le battute. Ci siamo bevuti il prosecco. Ci siamo mangiati il pesce. Di lavoro fa il giornalista in pensione. C’aveva una moglie. Ora non ce l’ha più. Da ragazzo lo hanno accoltellato, era estate. Adesso l’estate dice va al mare e sta alla larga dai coltelli. Gli fa male un ginocchio. Ce ne usciamo dal ristorante, alla fine, e mentre camminiamo a un certo punto lui dice “ma quindi chi ha vinto?”. Non lo sappiamo. Lo accompagnerei ancora, ma c’è una stanzina vuota che m’aspetta con una bella lampada per leggere e una bella televisione a cristalli liquidi interessanti, perciò lo saluto e me ne torno contenta.

Io la gente che si lamenta che deve andare a lavorare in giro da sola, io non la capisco. Andare a lavorare in giro da soli proprio è bello veramente. Perché fai caso alle cose e, soprattutto, perché puoi far finta che la vita vera sia un attimo in stand by. Ti puoi prendere il lusso di pensare che la tua vita sia da qualche parte ferma, in pausa. Ti puoi prendere il lusso di rimandare, di poterti sentire sollevato dal risolvere. Ti puoi prendere la libertà di pensare che la tua esistenza sia immobile là che aspetta, esattamente com’è, che tu torni.

(Illustrazione di Charlie Davis)