Patatracchini | no tinc por.
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no tinc por.

Barcellona, 18 agosto 2017

Ieri ho avuto paura. Una fottuta implacabile sconosciuta paura. Sapere quello che era accaduto a poche decine di metri da casa mi ha turbato perdutamente. Non poter avvertire nessuno rapidamente mi ha gettato in uno sconforto senza precedenti. Veder succedere un episodio così violento ai bordi di una strada che quotidianamente sopporta i miei passi e la mia idiota felicità di sapere dove sto andando (una via dove sapere di essere delicatamente al sicuro, perché ora giro qui a sinistra e poi a destra e poi vedi se non arrivo a casa; una via che ti dà quella meritata indipendenza e quel diritto sacrosanto di perderti) mi ha lasciato sul fondo di un nuovo tipo di paura: una fetta di lime distrutta nei resti di un mojito vuoto. Abbiamo cenato in casa con la televisione spagnola che raccontava i fatti e un elicottero poco più su che ci trapuntava addosso – con quel suo battito automatico da addestrata macchina da cucire – una sciatta veste di disperazione. Volevo tornare a casa. Fare la valigia mischiando panni sporchi e angosce e tornarmene solo a casa. Solo questo. Il mio solito modo idiota di chiedere all’universo di riavvolgere il nastro. Ma il nastro non si riavvolge mai. Stamattina, poi, una incredibile folla ha gridato, in Plaça de Catalunya: no tinc por. Non ho paura. Camminando sulla Rambla, poco dopo colazione, c’era un silenzio stordente. Non sono mai in grado di spiegare silenzi come quello: sono cose che bastano a se stesse ed è tutto. Camminavo e pensavo solo: no tinc por. Non ho paura. Cosa vuol dire non avere paura? No tinc por. Io ne ho a pacchi, cazzo, di paura. No tinc por. Non è vero, ragazzi: ne ho. Me ne voglio tornare a casa, cazzo. No tinc por. Avevamo una cena fissata per stasera e, comunque, prima di domani non si poteva pensare di andare da nessuna parte; andiamo, perciò, alla cena, che è una cena fissata per le 21 in un ristorante vietnamita del Raval. Devo incontrare – per la prima volta – un mio cugino venezuelano e sua moglie. Hanno 26 anni. Lui vive a Barcellona da 4 mesi e parla anche un po’ di italiano e un po’ di dialetto del mio paese. Lei lo ha raggiunto qui a inizio agosto e, oltre allo spagnolo, parla inglese senza problemi. La voglia di conoscersi, la bravura del mio santo fidanzato a parlare con le persone e 12 mojito (forse 16 dicono altre fonti) hanno creato una situazione piacevole e tempo mezz’ora avevo davanti due giovani, perfetti sconosciuti, che mi raccontavano senza fronzoli la critica situazione in cui versa il loro paese (per dovere di cronaca: più noi donne – i maschi quell’oretta di chiacchiera sul pallone riuscirebbero a tirarla fuori anche se uno dei due venisse da Marte), la loro abitudine allo stress della violenza, la preoccupazione costante per chi, al contrario di loro, è ancora là e patisce tra le lacrime senza forme confortarti di futuro. Di colpo, tra le parole, mi è tornato in mente quello che è accaduto ieri e mi sono detta che forse era ora di tornare ad avere paura, di rimettere alta la guardia, di recuperare ansie e preoccupazioni e giocarci con le dita fino all’ambito rumore di chiavi che chiudono la porta del ritorno. Era ora, sì. Eppure ho detto no. Le ho detto paura io ti capisco che anche tu da brava paura devi fare il tuo mestiere e mi devi proteggere si sa grazie tante ma ora no vattene via. Lasciaci. Lasciaci ridere delle nostre internazionalmente troppo apprensive mamme, delle nostre mancanze, lasciaci parlare le ore delle nostre differenze; lasciaci sorprendere delle nostre clamorose somiglianze, lasciaci mangiare cucina asiatica in un quartiere arabo nel centro di una città spagnola mentre insegno a una sudamericana a dire “pettegolo” in uno strettissimo dialetto del Centro Italia. Lasciaci essere quello che siamo: una sorta di inspiegabile unico che si è come frantumato in mille pezzi sperduti e si va ritrovando, giorno dopo giorno, che si ricostruisce di volto in volto, come può, di parola in parola, come viene, di odore in gusto in odore ancora. Avverto che ogni storia è la nostra storia e ci rimette, senza riserve di sorta, dentro un racconto unico, fatto di tutti. Il mio cugino nuovo di zecca, nel raccontare non ricordo più quale aneddoto, ha detto “è una persona piena di lasciami stare”. L’ho fissato e mi sono sentita così: una idiota persona piena di lasciami stare. Perché a volte si pensa di potersi tenere al di fuori e, invece, non si può. Siamo dentro. Ci riguarda. E solo aprendo al tutto, ai tutti, si capisce di non essere soli per un cazzo, di esserci tutti, gambe gambe, braccia braccia, testa testa, e di essere vicini e di potercela fare. Insieme. E allora, no, non ho paura, ‘fanculo. No tinc por. Restiamo a Barcellona. Abbracciamo cugini sconosciuti. Ascoltiamo le nostre storie, che forse ce le siamo dimenticate nei secoli, raccontiamo le piccolezze incredibili di cui siamo fatti perché qualcuno prima o poi le capirà, ordiniamo un altro mojito, se serve (e serve spesso), ma facciamo del nostro meglio e facciamolo con coraggio. No tinc por. Non ho paura. Almeno, non stasera.

(Illustrazione di Violeta Noy)