Patatracchini | prospettiva buenos aires.
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prospettiva buenos aires.

Ma più strani di tutti sono i fatti
che accadono sulla Prospettiva Nevskij.
(Nikolaj V. Gogol’) 

Passavo di qua, con mia moglie.
(Lucio Dalla)

Un giorno sulla Prospettiva Nevskij 
per caso vi incontrai Igor Stravinskij.
(Franco Battiato) 

 

Quando è in difficoltà psico-emotiva, l’unica azione che gli riesce di fare è scendere i quattro piani del suo palazzo, uscire in strada, prendere un caffè al bar dell’angolo, origliare i discorsi del barbiere – che tiene la porta aperta anche a gennaio, tirare dritto per pura inerzia fino a raggiungere Corso Buenos Aires. Appena arrivato gli viene subito voglia di tornarsene a casa, cionondimeno ormai è già lì e, dunque, prosegue verso la libreria che sta vicina al teatro, vi entra, scende al piano interrato, sceglie tre libri scritti da gente morta, e li compra. Poi rifà la strada attentamente al contrario e se ne torna a casa. Tutto questo non risolve quasi niente, ma questo è capace di fare e questo fa. Un giorno si potranno prendere tutti i libri scritti da gente morta che ha accumulato nella sua stanza, si potrà contarli; si potrà, alla fine, dividere il numero raggiunto per tre e ottenere, con una tolleranza accettabile, il numero dei giorni di merda che ha avuto nella sua vita. E a questo oggi pensava, mentre ingollava il caffè bollente e fissava la sigaretta girata male (troppo tabacco, poca proporzione tra il diametro dell’inizio e il diametro della fine: una cosa sgraziata da odiare). Pensava questo e altre cose simili di genere aritmetico ma anche psicologico, e tutto sembrava normale: un giorno di merda come un altro. Ed è di questo che mi interessa parlare perché io non conto. Io passavo solo di qua. L’ho visto che usciva col passo un po’ spedito da Via Spontini, le sue gambe sbuffavano; io l’ho guardato e l’ho capito. Era in difficoltà psico-emotiva, era evidente. Aveva sceso i quattro piani del suo palazzo, era uscito in strada, si era preso un caffè al bar dell’angolo, aveva origliato i discorsi del barbiere, aveva tirato dritto per pura inerzia fino ad arrivare in Corso Buenos Aires. Poi gli era venuta subito voglia di tornarsene a casa, cionondimeno ormai era già qui e dunque l’ho guardato proseguire verso la libreria. Non ci è mai arrivato. S’è fermato di colpo. Mia moglie fa così quando crede di aver sentito un fantasma nell’aria, ma avevamo detto che non si sarebbe parlato di me, perciò conviene solo dire che s’è fermato di colpo come se avesse sentito un fantasma nell’aria. Io ormai non potevo più smettere di capirlo, quando si iniziano queste cose, bisogna arrivare alla fine – costi quel che costi – allora io ho capito mentre che lui capiva che Buenos Aires ha un segreto. Tu mettiamo che in una giornata di merda, decidi di andarti a comprare tre libri per evitare di fare del male al prossimo tuo. Allora esci, e sbuchi in Buenos Aires e da dovunque sbuchi – sono cose che si sanno – vedi Porta Venezia. Porta Venezia ha tre caratteristiche: è maestosa, ha un parco molto verde (che se potessi, vi racconterei cosa ci ho fatto lì dentro, una sera assieme a una ragazza che odorava di erba tagliata) e non ha i piedi: sta sempre lì. Immobile a fare niente, sdraiata come stava quella ragazza che non vi posso dire. Allora tu da Buenos Aires la vedi e pensi che sia vicina. Porta Venezia. Vicinissima. E se al posto di fermarti in libreria, illudendoti di poter andare in Porta Venezia quando ti pare, cerchi di arrivarci concretamente e coscientemente, ti accorgi quasi subito che non è vicina, che diventa lontana, che diventa sempre più lontana, che diventa, infine, semplicemente impossibile da raggiungere. È un fatto di prospettiva delle cose. Buenos Aires è un errore della fisica. È evidente, infatti, e adesso noi lo sappiamo, che le persone riescano a raggiungerla, dopo tanto camminare, solo perché non stanno a pensarci. È incredibile le cose che si riescono a fare se smetti di pensare. Se si fermassero a riflettere, però, si accorgerebbero – come sta capitando a noi – che Buenos Aires è strutturata per darti l’illusione di Porta Venezia, perché se davvero volessi andare in Porta Venezia, dico se volessi andare in Porta Venezia rendendoti conto che stai andando in Porta Venezia, non ci arriveresti mai. Quello che ti rimane è pensare a Porta Venezia, solo pensarla come possibile, poi fermarti a comprare tre libri, rifare la strada attentamente al contrario e tornartene a casa. Il mio nuovo amico, però, aveva deciso che oggi era una giornata particolarmente di merda, che tre libri non sarebbero bastati, che comunque ormai di spazio in casa per i libri non ne aveva più, che il caffè glielo avevano fatto bruciato, che non avrebbe mai imparato a farsi le sigarette a modo, che il barbiere avrebbe continuato per sempre a dire le stesse cazzate. Gli era venuta a mancare una prospettiva sulle cose, allora si era lanciato verso l’ignoto, avviandosi a una corsa disperata nel tentativo folle di arrivare in Porta Venezia pensando a quello che stava facendo. Ventuno metri dopo si è dissolto nell’aria. Sono rimasto per qualche secondo a fissare l’assenza di materia del mio ex amico, l’ho pensato con calore. Ho detto addio con trasporto al mio appena conosciuto e già disperso fratello. Mia moglie mi ha ridestato dal sentito commiato, che non si riuscirebbe a tenerla fuori dal racconto manco se fosse stato Cechov a scriverlo; mi ha detto che la devo smettere di distrarmi e mi ha trascinato in un negozio a comprare una borsa di tela per l’estate.