Patatracchini | qui si vende pane.
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qui si vende pane.

(Tentativo d’inventario d’una cittadina di mare)

Motorini, scooter, automobili, apecar, camion, camioncini, carretti, carriole, biciclette. In fila. In fila ombrelloni a frange, di plastica colorata, coi piedi bianchi incrostati di ruggine – avvitati a metà, posacenere pieni di sabbia e cicche Marlboro. Ombrelloni, in fila, piantati in quel modo industriale, che all’inizio sembrava divertente, poi meno, poi niente.
Lungomare – da farsi in circa sessanta passi – lastricato di piastrelle verdeacqua finto marmo consumate. Bagni, in fila. Tre, con nomi americani, lettini di metallo e plastica tagliente, coni e Coca-Cola, latte di mandorla e birra ghiacciata. Camioncini in fila vendono cipolle grosse bianche in sacchetti di rete colorata – un euro al chilo, a fine giornata la metà. In fila, paninari con le insegne accese, le piastre calde, i vetri sporchi, le molliche, i cerchi d’acqua lasciati dai bicchieri, i tavolini di plastica ingialliti dalla vita colata, i fazzoletti di carta, le bibite in scatola, l’olio che sfrigola.
In fila, persone, canottiere, spalle rosse, infradito, occhi bruciati, visi intrecciati di noia e tristezza, teli da spiaggia, fronti sudate, crema corpo (protezione bassa, media o totale). Bambini urlanti, palloncini rifrangenti, domande, posacenere campari. Nonne coi denti guasti, e i capelli tinti in casa, stringono le mani magre di bambini arrostiti dal sole, in fila, che indossano completini stampati di cartoni animati fuori moda, e ci hanno la sabbia nelle mutande, lo zucchero sui denti, gli occhi a fessura, i capelli lana riarsa, e giocano sulla strada, e corrono dietro ai cani randagi, sporchi e rabbiosi.
Le bestie distese, i peli incollati in ciuffi di sale e saliva, non desiderano stivaletti da temporale o nomi da tenersi; sperano, più che altro, in lembi di carne viva da strappare a morsi voraci prima, poi sempre più lenti, stanchi, fino ad arrendersi a un sonno ancestrale all’ombra d’un mandorlo secco.
Abusi edilizi violentano l’unica via. Alberghi cadenti, insegne al neon bruciate, motel trapunti di moquette anni trenta, logorata sotto i passi pesanti di piedi sporchi, le tende cariche di fumo, di fritto e di pesce, le lenzuola intrise, gonfie di piscio, di pianto e di umori, di liquidi umani che si sono amati cent’anni o due ore, è uguale.
Sulla via, sandali reincollati con il vinavil (o l’attack – che tiene meglio), gelati, granite, mani, telefoni, foto, selfie, bastoni per i selfie, casse audio, karaoke, luci colorate, primi baci.
Nella piazza, bucce d’arancia, filo di ferro, marsupi, scialle, cappelli, bar tabacchi (anche edicola): qui si vende pane, sigarette, giornali, patate, si gioca il lotto; di lato, panchine di legno (dodici), due vecchi, due bastoni. Uno racconta storie di montagne di sale, di eroi ragazzini e polvere fitta, l’altra l’ascolta come se fosse la prima volta, e l’ascolta, e il mattino li troverà uguali: per l’uno sarà un disperato rifiuto d’andarsene in silenzio, per l’altra resterà l’unico modo d’amarsi ancora un poco. Per entrambi sarà, alla fine, il risultato entropico d’un tempo irreversibile.
Attorno, passi, in fila, passi, tutto uno sfregare di sabbia e plastica unito alle onde, ormai nere, poco distanti, che si spaccano, in fila, in mille pezzi imprendibili sugli scogli aguzzi. Poggiato da un parte un ristorante a gestione familiare (non prendono il bancomat): pareti ricoperte di carta da parati rosa, colonne rivestite di specchi dipinti con motivi orientali, tende barocche giallo pastello, bagno – turca, cartoni di pizza, camerieri sciancati, barchette di legno, avanzi di pesce, Gesù Cristi sofferenti appesi alle pareti, in fila, sfigurati di dolore (forse per il caldo).

A mezzanotte, fuochi d’artificio trafiggono il cielo di dardi giallo acceso. Essi festeggiano.

(Illustrazione di Owen Davey)