Patatracchini | roma 92471r.
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roma 92471r.

E ora che abbiamo capito, che siamo soltanto richieste di aiuto.
(Giovanni Truppi)

Mi ricordo le tue spalle il giorno che sei andato via. Che belle, le tue spalle; quando me le sentivo addosso così spalle e così perfette. Me le ricordo, quelle spalle lì, quel giorno che te ne sei andato via, senza parole, e non sei tornato più. Avevi su la maglina rossa e il maglione blu, che erano così maglina e così maglione e così perfetti. Me li ricordo; come ti accarezzavano le spalle quel giorno lì. Eravamo così contenti appena tornati dal fiume; ci andavamo spesso a prenderci il venticello addosso. Te lo ricordi il vento? M’hai lasciato qua e non t’ho visto più. Dove sei andato? Perché m’hai abbandonato? La vita prosegue qua dove m’hai poggiato o sta proseguendo là dove sei tu? Cosa conta? Conta quello che sta succedendo qui, a me, o conta quello che sta succedendo, lì, a te? Guardo la torre, in cima al monte, mi fa compagnia, siamo sole tutt’è due. Sole da morire. Parliamo spesso. Ci raccontiamo come ci si sente a esser rimasti così in balìa del niente, ché il niente troppo spesso è molto più impegnativo del tutto. Potevi almeno lasciare un biglietto. Se avevi un’altra potevi dirmelo, potevamo almeno parlarne. Potevamo salutarci. Il tempo dell’addio è un tempo di dolore infinito e infinita fantasia. Perché c’hai rinunciato? Vado? Me ne vado? E se poi torni? Magari torni. Le macchine gialle scrostate di ruggine, ferme da tempo, han detto che loro aspettano. Aspettano anche volentieri, ché han lavorato anche tanto e ora un po’ di riposo non è niente male. Aspettiamo tutti. Facciamo dei giochi, guardiamo la pioggia, ascoltiamo l’acqua che scorre. Te la ricordi la paura? Quando facevano saltare le mine e i pezzi di montagna venivan giù come ultime carezze, che i massi staccati facevano al ricordo di se stessi? E noi a dirci le cose da ridere per non darla vinta allo spavento e a scappare veloci lontano. Ogni tanto passa qualcuno a trovarmi. Facciamo quattro chiacchiere. Di più di tutto preferisco parlare con i vecchi. I vecchi sono bellissimi quando ti spiegano le cose. E sono belli perché i vecchi, quando ti spiegano una cosa, ti spiegano sempre anche il modo di arrivarci. Come fosse importante, al pari della meta, pure il viaggio. Perché te ne sei andato? Si stava così bene. La notte. Com’era bella la notte con te, che era così notte e così perfetta. E ci faceva capire le cose, e ci prometteva domani strepitosi e poi la mattina ce li faceva trovare, sempre puntuale. Ora la notte m’è rimasto solo il silenzio. Un silenzio sfinito che piano piano s’appoggia, si sdraia, e io resto ferma a accarezzargli la testa, al silenzio, e a raccontargli qualche favola, mentre s’addormenta. Era meglio se restavi. Era meglio se restavi? Dove sia tu, non lo so. Ma io sono ancora qua. L’abbandono è forse la certezza che l’abbandonato si possa prendere cura di se stesso in autonomia? Domani dice piove, magari mentre ascolto l’acqua che cade, ci penso. Ché essere soli il tempo di pensare, per fortuna, non manca mai. Ormai sono certa, però, che ogni abbandono, in fondo, sia un dono. Il dono di costringere chi vien lasciato a capire la meraviglia di potercela fare da solo; il dono poggiato su un bordo di strada, che si diventa dopo per qualcun altro. ROMA 92471R: questa è la mia targa. E io sono una Mini Minor azzurra. Abbandonata.

ex cava del monticchio, 2 ottobre 2016

(Illustrazione di Loose Germs)