Patatracchini | Tempo.
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Tempo.

Dipartimento Federale di Milano, 15 maggio 2178, ore 34:27

Sono seduto in cucina e mangio lentamente il mio piatto di formiche. Intanto, penso a lei. La conosco solo da qualche settimana standard, eppure mi ritrovo quasi sempre a pensarla; a sentire che ne provo viva mancanza.

Parlando con lei, chiusi nella capsula del sonno che abbiamo condiviso solo una manciata di volte, le ho confessato che trovavo piuttosto inopportuno ritrovarmi a pensarla con quella instancabile costanza. Lei, che dal canto suo non dice quasi mai niente — a volte l’ho ritenuta capace di sopravvivere senza neanche il bisogno di respirare — mi ha spiegato che è normale per un essere umano sentire la mancanza di un altro essere umano, quando lo ha appena conosciuto. Di seguito, mi ha spiegato che siamo in tutto fatti come gli elaboratori informatici di una volta, che abbiamo una memoria fissa che raccoglie tutti i nostri ricordi storici e una memoria più dinamica che ci serve per funzionare nei giorni standard. La cosa buffa, diceva lei, mentre ci godevamo la fragranza di rame bagnato della nostra capsula del sonno, è che quando qualcosa o, in questo particolare caso qualcuno, si muove dentro questo secondo più movimentato disco, a noi questo qualcosa, questo qualcuno, ci appare più importante del resto, più vivo, più necessario, più mancante quando non c’è. Se dopo, questo qualcosa, o questo qualcuno, va a finire nella memoria fissa, allora sì, diventa davvero importante per tutta la nostra struttura, si integra: si dice che fa di noi ciò che siamo — così diceva — ma, a quel punto, ce ne accorgiamo meno che questa cosa c’è, e quindi ne sentiamo meno la mancanza. D’altronde, non è che stiamo a pensare ogni momento al fatto che abbiamo nel polso il chip del tempo libero o attaccato dietro al collo il chip del lavoro, diceva, ce li abbiamo e basta, diceva. Io avevo capito il punto, ma evidentemente sembrava di no. Allora lei, che era bella come una roccia plutonica effusiva, mi diceva che dalle ricerche che aveva condotto sul passato, aveva scoperto che nei vecchi elaboratori informatici, se facevi l’installazione di un nuovo programma, questa operazione saliva di importanza rispetto a tutto il resto — e bada, mi diceva, che bisognava farne tante di attività per tenere acceso e funzionante un elaboratore informatico — e veniva svolta per prima: finché non si chiudeva il processo di installazione, cento per cento, l’elaboratore non pensava altro che a questo nuovo programma da integrare. Di non preoccuparmi, quindi, se sentivo questa mancanza: era solo un fatto di sensazioni. Nella memoria fissa, infatti, stavano le cose fatte di sentimento, mentre nella memoria mobile quelle fatte, appunto, di sensazioni; e non bisognava mai confondere le due cose, mai e poi mai, specie quando si trattava di due esseri umani chiusi dentro una capsula del sonno. Era, infatti, stato già stabilito dal Ministero della Salute e del Benessere Umano, che i fatti sentimentali tra due persone erano malsani e superflui e che fosse sufficiente vivere qualche sensazione disimpegnata, qui e lì tra una settimana standard e una detraibile, per star bene a pacchi senza pensieri. Così mi aveva detto, ribadendo che lei era contenta di vivere di sensazioni, che le facevano un pochino schifo i sentimenti, poi si era addormentata e io l’avevo guardata per molto tempo, osservando le sue linee immobili da pietra antica.

Adesso, che sono seduto nella mia cucina e il piatto di formiche è pure finito e non ho nemmeno un gelato di alghe reidratate per dessert, mi tornano in mente le sue parole e avrei voglia di darle ragione — perché quando le do ragione, lei ride in un modo che mi manda da un’altra parte, una parte che gli sto ancora scegliendo il nome — anche se io credo semplicemente che se uno pensa a una cosa è solo perché gli va di pensarla, e non fa differenza nient’altro. Si sta facendo parecchio tardi, e devo riprendere le mie ricerche. Mi schiaccio compulsivamente il tasto d’accensione del chip del lavoro — devo farlo controllare: ultimamente fa fatica ad avviarsi.

Reperto Numero 89kj167p

Descrizione: elemento di forma irregolare in plastica sottile, da annoverare nel campo dei “ritagli”. Simile a un piccolissimo foglio di carta, si presenta di colore codice #0f499d, macro-categoria dei blu, tendente al trasparente. Presenta due scritte di rilievo per le nostre ricerche: TEMPO è la scritta (in bianco, colore codice #ffffff, categoria bianco) che occupa il maggior spazio; poco sotto troviamo la dicitura “resistente ai lavaggi” (in bianco, colore codice #ffffff, categoria bianco).

Ho riportato la descrizione nel mio schedario. Si tratta, senza dubbio alcuno, dell’involucro di quello che gli abitanti del passato chiamavano “fazzoletto di carta”. Ne sono certo perché ho un dottorato in Tassonomia degli oggetti del quotidiano antico e antichissimo, e mi hanno già commissionato, in un’altra occasione, una ricerca ben più ampia sulla natura di questi “fazzoletti”.

Origine: si ipotizza che l’elemento sia un pezzo facente parte di elemento più grande utilizzato per l’impacchettamento di un numero fisso di pacchetti più piccoli, contenenti un numero fisso di fazzoletti di carta.

Datazione: metà 1900 — metà 2000.

Utilizzi: si rimanda alla voce “Fazzoletti di carta”.

Se fossi uno qualunque, uno dei tanti che studia e classifica il passato — e facciamo praticamente tutti questo lavoro — non mi avrebbero chiamato per questo caso. L’indicazione, infatti, era precisa e di affatto semplice risoluzione. Per queste cose vado bene io, io che so vedere il passato. Dal Ministero degli Affari Passati, vogliono sapere cosa stava a significare questa dicitura: “resistenti al lavaggio”. Dalle mie pubblicazioni precedenti è, infatti, evidente che si trattasse di materiale di consumo di poco conto, puramente usa e getta; e allora perché tanta enfasi sulla possibilità di una resistenza fisica di questi oggetti al lavaggio. A quei tempi, la pulizia di abiti e accessori veniva effettuata in casa con delle apparecchiature poco evolute chiamate “lavatrici”: ne esistono dei reperti, ancora funzionanti, e sono custoditi nel Transnational Museum di Londra. Ma perché li avrebbero dovuti fare resistenti al lavaggio? Perché?

Possibili motivazioni alla dicitura “resistenti al lavaggio”: dopo attenti studi, ricerche e analisi, posso convintamente affermare che la suddetta dicitura era apposta sopra ai pacchetti dei cosiddetti “fazzoletti di carta” per le ragioni seguenti: 1. i fazzoletti, se resistenti al lavaggio, potevano essere utilizzati nuovamente, non certo rinnovati, ma almeno nettati, in ottica di quel tentativo di vivere secondo regole più sostenibili, a quanto pare molto in voga al tempo antico a cui facciamo riferimento; 2. i fazzoletti, se resistenti al lavaggio, evitavano di disfarsi, finendo in mezzo alle fibre di abiti e accessori, provocandone il certo deterioramento, quantomeno estetico.

Ho spento il chip del lavoro. Funziona davvero male in questo periodo e, in più, sono senza alcuna ispirazione. Dov’è finita quella mia capacità di comprendere appieno l’essere umano che fu? Dove se n’è andata la mia competenza impeccabile nell’immaginare la verità? Cosa mi sta accadendo? L’unica cosa a cui riesco a pensare è a lei. Accendo il chip del tempo libero: domani inizia la settimana detraibile: potrei invitarla a cena e poi proporle di prendere una capsula del sonno per tre giorni; potremmo programmarla per farla odorare di metalli in fusione, potrei toccarle i capelli, raccontarle di quando ho capito che gli esseri umani del passato usavano il cambio dell’auto per direzionare il veicolo (mi hanno dato un premio internazionale per quello) o di quando ho scoperto che quelli che chiamavano “bicchieri di plastica” erano piccoli tamburelli con cui gli abitanti del passato si rallegravano le nottate danzando seduti e cantando assieme. La chiamo.

Dipartimento Federale di Milano, 19 maggio 2178, ore 32:04

Ho passato tre giorni con lei. All’inizio era spaventata e, a dirla tutta, lo ero anche io. Non si sta in una capsula del sonno in due per più di ventiquattro ore. Ci siamo presi il rischio. Ci siamo presi insieme questo rischio. Abbiamo fatto l’amore. Tante volte. Quasi sempre con tutti i vestiti addosso; una volta avevamo troppa voglia e fretta e allora l’abbiamo fatto nudi. Abbiamo mangiato torte di cera e respirato l’aria di ruggine dei nostri corpi. Ho scoperto che ci piacciono cose molto diverse, ho scoperto che ha dei sogni strani tutti suoi. Mi ha raccontato delle sue ricerche su un oggetto ancora misterioso che si chiama “modem”: lei e i suoi collaboratori stanno cercando di capire a cosa servisse. Io più la ascoltavo e più sentivo che mi mancava sempre di meno, lei mi mancava sempre di meno, quasi per niente, sentivo che l’installazione stava arrivando alla fine, cento per cento, amico, che le sensazioni erano ovunque, ma ormai c’era anche dell’altro. Lei diceva “router”. Io volevo dirle non andartene più. Lei diceva “porte DNS”. Io volevo dirle amore. Siccome però io ascolto le persone quando parlano, sapevo che se avessi confessato di amarla, lei avrebbe citato a memoria tutte le pubblicazioni del Ministero, tutte, per farmi capire che poteva accettare ogni cosa, ma l’amore no. Terrorizzato da questa possibilità, ho preso, allora, a raccontarle dei fazzoletti di carta. Le ho raccontato del ritrovamento del reperto, della lettera del Ministero, del mio incarico; le ho detto come la pensavo sugli involucri in generale e come la pensavo su questo involucro in particolare, le ho detto come avevo condotto le mie ricerche senza successo fino a quel momento (della mia celebre pubblicazione sui bicchieri di plastica non ho fatto menzione, perché non volevo sembrare uno spaccone), le ho detto che ero in un vicolo cieco e le ho chiesto cosa ne pensasse, anche se poi continuavo a parlare solo io. Lei, la vedevo che un po’ si stava spazientendo, e infatti mi ha interrotto un po’ bruscamente e mi ha detto che era innamorata di me. Io ho capito. Non ha detto niente di niente sui fazzoletti, ma io ho comunque capito e l’ho baciata disperatamente e le ho detto che anche io ero innamorato di lei.

Possibili motivazioni alla dicitura “resistenti al lavaggio”: dopo attenti studi, ricerche e analisi, posso convintamente affermare che la suddetta dicitura era apposta sopra ai pacchetti dei cosiddetti “fazzoletti di carta” per le ragioni seguenti: 1. i fazzoletti, se resistenti al lavaggio, potevano essere utilizzati nuovamente, non certo rinnovati, ma almeno nettati, in ottica di quel tentativo di vivere secondo regole più sostenibili, a quanto pare molto in voga al tempo antico a cui facciamo riferimento; 2. i fazzoletti, se resistenti al lavaggio, evitavano di disfarsi finendo in mezzo alle fibre di abiti e accessori, provocandone il certo deterioramento, quantomeno estetico. 3. i fazzoletti resistenti erano un chiaro simbolo di status: solo alcuni membri della società potevano permetterseli; chi aveva i semplici fazzoletti era a un livello sociale più basso, chi riusciva a sostenere l’acquisto di quelli durevoli era, al contrario, socialmente più in alto. 4. i fazzoletti con possibilità di resistenza erano l’ossessione di certi scultori; durante il lavaggio, infatti, la carta assumeva forme e consistenze diverse e poteva seguentemente essere essiccata, dando vita a corpi pseudo-rocciosi ciascuno diverso dall’altro e quindi unico: da collezione (corollario: alcune persone del tempo — una specie di clan di medium visionarie tanto famose in quel periodo — promettevano addirittura di poter leggere in questi amorfi oggetti il futuro di chi li aveva lavati). 5. i fazzoletti, forti delle loro caratteristiche di resistenza, potevano garantire la conservazione di prove indiziarie nei processi delittuosi: anche lavandoli, per l’assassino non ci sarebbe stato scampo. 6. i fazzoletti intrepidi evitavano di finire in pezzi nei tubi della macchina elettrodomestica detta “lavatrice”, non creavano intoppi nel lavaggio quindi, non intasavano i tubi, non producevano danni e rotture, ma garantivano la buona vita dell’impianto di pulizia. 7. i fazzoletti acqua-immuni potevano essere utilizzati come nascondiglio temporaneo di piccoli elementi altri, bastava costringere l’elemento nel centro della carta, impacchettarlo come si poteva e poi tenerlo nella macchina lavatrice anche per giorni, senza che nessuno potesse scoprirlo (addenda: si ipotizza che sia esistito un giro illegale di conservazione e scambio di sostanze quali il basilico o il timo, tutto basato sulla gestione resistente dei fazzoletti). 8. si trattava di un gioco, definito “Passatempo”, e cioè la dicitura sull’involucro non era altro che una sfida: resistenti al lavaggio, ma sarà vero? E così, le famiglie potevano passare degli allegri pomeriggi domenicali a verificare che effettivamente i fazzoletti si salvassero dalla centrifuga (ipotesi aggiuntiva: nel pacco dei fazzoletti supponiamo ci fossero anche delle carte esplicative di tutte le regole del gioco e di eventuali sistemi premianti).

Dipartimento Federale di Milano, 12 gennaio 2179, ore 28:15

Mi hanno chiamato da Stoccolma ieri mattina. La pubblicazione sull’involucro dei fazzoletti ha stordito gli accademici: in aprile mi consegneranno il Premio Nobel per il Passato Remoto. Quando l’ho chiamata per dirglielo, lei non poteva crederci. Adesso vive con un altro in un quartiere a nord del Dipartimento. Alla fine non era vero che si era innamorata, era stata solo vittima di un eccesso di sensazioni. Sono cose che capitano. Io no: io mi ero innamorato davvero; ma quando ti chiamano per darti un Nobel, non è che puoi stare a frignare per una cosa come i sentimenti. Quello che abbiamo fatto assieme, però, prima di darci il nostro cinque alto d’addio, è stato consegnare una proposta di legge al Ministero della Salute e del Benessere Umano e Non (hanno accorpato nel frattempo due ministeri per risparmiare fondi, credo) per chiedere di concedere a due persone che ne hanno bisogno di innamorarsi o solo di fare finta per ritrovare un po’ di fantasia e poter continuare a immaginare, a dovere, il passato e i suoi misteri.

(Foto di Mathew Schwartz)